La storia di Daniele: grazie allo sport supera la sua disabilità

MESAGNE – Ha 28 anni, un sorriso che strega, la faccia da furbetto e una voglia di vivere tipica della sua età sebbene la vita gli abbia riservato un colpo di scena amaro, cui far fronte tutti i giorni. Daniele Magrì, 28enne mesagnese, è da molto conosciuto come Wana: il suo nome d’arte, quello con cui calcava le scene della break dance, una sua passione nata da adolescente e che lo ha portato a farsi conoscere nell’ambiente.

Nel 2014, la scoperta di un’ernia che provoca una lesione al midollo spinale. Poche parole che indicano un cambiamento radicale nella vita di Daniele, che da quel momento comincia un lungo periodo di riabilitazione convivendo con una sedia a rotelle.

“Prima a Ceglie Messapica, poi a Sulmona – racconta Daniele durante un appuntamento degli Incontri Diretti organizzati dal movimento La M – infine in Spagna, a Santiago di Compostela, in Galizia”.

Daniele si sottopone ad una lunga terapia sperimentale a base di ormone della crescita che dà timidi risultati.

“La mia è una patologia fortemente invalidante con prospettive di vita molto lunga, per la quale ci sono in corso solo diverse terapie sperimentali, ma io non mi arrendo. Insieme a me c’è sempre la mia famiglia a sostenermi: nelle difficoltà, ci facciamo forza a vicenda e ogni passo è stato fatto grazie a loro, anche da un punto di vista economico”.

Quel “Never give up”(Arrendersi mai, ndr) che ha tatuato sul bicipite sinistro e che gli fa da monito costante gli ricorda di che pasta è fatto. Persino nel periodo di riabilitazione spagnolo, Daniele tiene aggiornati i suoi follone di Facebook con i suoi progressi, tra cui la sua schiera di amici anche nella vita reale, che non lo mollano un attimo e che sono il profumo dei suoi giorni.

Dopo aver vissuto in Spagna e in autosufficienza, Daniele torna in Italia, a Mesagne. Ed è qui che il confronto tra le due esperienze si fa duro.

“In Spagna chi è seduto può muoversi senza problemi e non viene fissato. Qui, invece, ci sono mille difficoltà e tutti ti guardano … ma a me questo non importa, tanto sono egocentrico: prima mi fissavano mentre ballavo, ora perché sono in sedia a rotelle”. Daniele ironizza, ma nel quotidiano incontra come altri disabili diversi ostacoli.

“Tornare a vivere a Mesagne è stata un’impresa sin dalle prime battute. Qui trovo barriere architettoniche e muri sia a livello politico che sociale. Ho una macchina che mi permette di muovermi, ma dove vado se sono pochissimi i locali in cui ci si può muovere agevolmente e dotati di rampa? In alcuni è impossibile. Devo pormi anche il problema di utilizzare i servizi igienici, perché a volte non sono adeguati.”

Daniele, nonostante tutto, non molla e al suo percorso da iperattivo, aggiunge il basket. Da poco ha infatti intrapreso una nuova esperienza, entrando a far parte della A.s.d. Lupiae team Salento, una squadra leccese composta da atleti su sedia a rotelle. Un vecchio amore che è tornato a bussare al suo cuore.

“A pallacanestro ho giocato sino ai 14 anni nella Mens Sana Mesagne, poi ho mollato appena ho conosciuto la break dance – spiega Daniele – Finché non ci si trova, non si comprende quanto lo sport per un disabile sia importante, dovrebbe andare di pari passo alla riabilitazione, ma non solo, poiché aiuta anche a socializzare e non sentirsi solo. Sarebbe utile avere più strutture e opportunità in tal senso, in modo da eliminare le disuguaglianze”.

D’altronde, è in poche parole che Daniele sintetizza la sua storia. “La disabilità è quanto di più democratico esista, e con essa la vita cambia, ma non finisce: c’è chi perde l’uso degli arti per un tuffo andato male, chi per un’ernia, come me. Per questo motivo, voglio fare un appello ai miei concittadini: civilizziamoci. L’auto lasciata anche solo 5 minuti in uno stallo disabili o su una rampa è un’offesa a chi non può parcheggiare altrove o utilizzare i marciapiedi come i normodotati, come non ha senso avere palazzi senza ascensore, oppure con 4 scalini di accesso e poi l ascensore, senza rampa. Datevi una svegliata, perché altrimenti ci rendete la vita ancora più dura”.

Agnese Poci

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